Brexit: una storia (anche) italiana

“C’è un posto speciale all’inferno destinato a quelli che hanno sostenuto la Brexit senza sapere come realizzarla”. Parole dure, quelle del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

Manuela Travaglini - Avvocato, giornalista e blogger

Eppure: quando la mattina del 24 giugno 2016 il Regno Unito si è svegliato con l’esito del referendum sull’uscita dall’Unione Europe che vedeva il fronte dei Leavers vincitori di misura sugli europeisti, in pochi hanno compreso il significato reale di tale scelta. È stato presto etichettato come un voto di protesta, l’onda lunga del populismo serpeggiante nel vecchio continente, la nostalgia per un impero (quello di Sua Maestà) che da tempo non esiste più: in sintesi, l’ultima e più eclatante eccentricità britannica, qualcosa che fa notizia, ma alla quale pochi danno peso.

Del resto le dichiarazioni dei Leavers non lasciavano spazio ad analisi più approfondite: negoziare un free trade agreement con i partner dell’Unione sarebbe stato “uno degli accordi più semplici della storia dell’umanità”, secondo quanto dichiarato dall’International Trade Secretary Liam Fox. Fast forward, come si dice da queste parti, della vecchia guardia che ha guidato la nazione verso il voto non è rimasto più nessuno: non Farage, che ha detto di voler dedicare più tempo alla famiglia; non Michael Gove, impegnato a salvare gli oceani; non Boris Johnson, che continua a lamentarsi dalle retrovie. Il posto del negoziatore Brexit per il Regno Unito, l’altro Brexiteer di ferro David Davies, è stato quindi occupato da Dominic Raab, e con lui è arrivata la rivelazione: la Gran Bretagna è un’isola, si è improvvisamente accorto, e fa largo affidamento sul flusso tra Dover e Calais. Uscire dall’impasse, in fondo, non sarebbe stato così semplice…

E gli imprenditori che operano in Regno Unito? Una ricerca condotta tra 1200 business leaders (esponenti delle PMI) dall’Institute of Directors tra il 17 ed il 19 gennaio 2019 ha rivelato che circa un terzo degli intervistati sta seriamente considerando di trasferire in tutto o in parte la propria attività all’estero, con un occhio di riguardo all’Europa.

Oltre a loro, le tante PMI, ci sono naturalmente le grandi corporation: ha fatto notizia il dietrofront di Nissan che ha confermato che X-Trail verrà prodotta in Giappone e non più a Sunderland. Questo, mentre Jaguar Land Rover ha annunciato tagli per 4.500 unità lavorative. Il settore automotive, del resto si sa, sarà tra i più colpiti dalla Brexit su entrambe le sponde del Canale: perché è quello che maggiormente si basa sulla chain production pan-europea.

E poi ancora Sony, Lloyds e i grandi colossi bancari, già con un piede nel vecchio continente; P&O, che dopo 182 anni di storia britannica, presto opererà con bandiera cipriota. Soprattutto, ha fatto molto discutere il caso di Dyson, azienda britannica di proprietà 100% del suo fondatore Sir James, fervente Brexiteer che annuncia ora di stare rilocando il suo quartier generale a Singapore. 

Londra

Brexit, dicevamo in apertura, è anche una storia europea, e quindi italiana: secondo una recentissima analisi del Centro Studi di Confindustria, l’export Made in Italy verso il mercato britannico ammontava nel 2017 a 23 miliardi di euro; numeri importanti che potrebbero scontare il prezzo di un divorzio disordinato, e non solo per una concreta diminuzione degli scambi con Londra data dai possibili aggravi tariffari o dall’aumento del costo del credito per le imprese.

Le conseguenze della rottura con la perfida Albione (antico nome della Gran Bretagna. Oggi viene usato poeticamente per riferirsi a tutto il Regno Unito o solo all'Inghilterra n.d.r), sarebbero legate infatti soprattutto alle cosiddette “barriere non tariffarie”, che trasformerebbero l’esportazione oltremanica in una vera e propria corsa ad ostacoli tra conformità delle etichette, ritardi in dogana, ispezioni sanitarie, e, soprattutto, l’integrazione dei sistemi produttivi, che comporta al momento (l’esempio classico è ancora quello del settore automobilistico) un flusso costante di componenti e prodotti semifiniti da una parte all’altra della Manica. 

Se poi si volesse disaggregare l’effetto del calo potenziale delle esportazioni verso il Regno Unito a livello settoriale, si vedrebbe come i comparti più colpiti sarebbero quelli della meccanica strumentale, dei mezzi di trasporto e dell’agroalimentare: proprio quest’ultimo sarà anzi il più danneggiato, ed è qui che gli effetti della frattura già si avvertono. 

Al momento, soprattutto nella carenza di personale: “Londra è la quinta città d’Italia per numero di presenze, che in tutto il Regno Unito si stimano in circa 700.000 – mi racconta Marco Villani, Console Generale D’Italia a Londra -; non notiamo un calo, anzi: solo lo scorso mese abbiamo registrato 3168 nuovi iscritti AIRE, un vero record. Però si tratta di numeri che denotano nuovi arrivi, soprattutto tra studenti e professionisti, ma anche l’emersione del sommerso. Al contempo da quando c’è stato il voto Brexit l’esodo oltremanica ha subito una fase di arresto tra i lavoratori meno qualificati: pesano l’incertezza, i dubbi sul bisogno imminente di un visto e la percezione dell’”hostile enviroment”.

 

Londra skyline

Upper street, Islington, quartiere a nord est della city di Londra: una strada che vanta alcuni primati, tra cui quello di avere la maggior concentrazione di ristoranti d’Europa. È in uno di questi, Granita, che Tony Blair, che qui viveva prima di traslocare a Downing Street, si dice abbia siglato con Gordon Brown l’accordo relativo al New Labour. Il nuovo leader laburista Jeremy Corbin abita tuttora ad Islington, e qui ha casa anche Boris Johnson, volto dei Tories, bandiera dei Brexiteers e altro aspirante Primo Ministro. A lui piace Trullo, che di italiano ha solo il nome: l’ho incontrato qui più di una volta, a sorseggiare in solitudine vino rosso in attesa della cena.

Vivo a Londra da quasi vent’anni, anch’io sempre ad Islington. Dei vari ristoranti, il mio preferito tra gli italiani è Radici, trattoria aperta dal celebre chef e ambassador Maserati Francesco Mazzei, un posto che quando si entra ci si sente a casa: tra sapori italiani, odori italiani, personale italiano e accoglienza che trovi solo in certi luoghi della memoria. Mazzei ha altri due ristoranti in città: uno, Fiume, sul Tamigi, e l’altro, Sartoria, in Saville row, la strada dei sarti nel cuore di Mayfair. I suoi ristoranti raccontano storie di successo, eppure sono preoccupati, lo spettro della Brexit si avverte anche qui “purtroppo i media fanno da cassa di risonanza alla propaganda oltranzista, e questo fa paura, alza barriere. Non troviamo personale italiano, i ragazzi preferiscono andare altrove – mi dice Mazzei – e del resto come biasimarli? Anche sulle materie prime non è facile: il Governo ripete che bisogna organizzarsi in vista della Brexit, ma come faccio a fare approvvigionamento di pomodori o di mozzarelle?”