Imprese e legalità: l’equazione rovesciata

Per quale ragione le imprese e le loro associazioni di categoria dovrebbero considerare la lotta alla criminalità, organizzata e non, come una priorità?

Donato Masciandaro - Professore Ordinario di Economia Politica, Cattedra di Economia della Regolamentazione Finanziaria all'Università Luigi Bocconi di Milano.

La risposta è nel rovesciare un modo di pensare, anzi un'equazione, che spesso è solo sussurrata, ma ha radici profonde a qualunque latitudine nel nostro Paese: la legalità è un costo. E invece quella equazione va rovesciata: la legalità è un investimento. Vediamo perché.

Premessa essenziale: la migliore analisi economica ha oramai acclarato che in un dato territorio, a parità di altre condizioni, il motore della crescita economica è la dotazione di un bene comune peculiare. La fiducia.  

La ragione è semplice: perché ciascuno abbia voglia di produrre e scambiare, cioè di affrontare l’incertezza e il rischio, occorre avere fiducia sul fatto di essere in grado di poter godere degli effetti che ci si aspetta dall’atto di produzione o di scambio. Per godere di tali effetti occorre che i diritti fondamentali della persona e della proprietà siano rispettati. 

A parità di altre condizioni, più il rispetto di regole formali e informali che tutelano tali diritti è assicurato, più aumenterà la fiducia (capitale regolamentare). Ma non solo: poiché le regole non possono disciplinare tutte le possibili situazioni, la nostra fiducia aumenterà quanto più alta è la probabilità di incontrare negli scambi persone con un atteggiamento cooperativo. 

L’atteggiamento cooperativo è quello di un individuo che di fronte a una scelta in cui un beneficio esclusivamente individuale e immediato si compara con un beneficio comune, di più lungo periodo e più rilevante, sceglie la seconda opzione. Più l’atteggiamento cooperativo è alto e diffuso, meno probabili saranno i comportamenti opportunistici o sleali, maggiore sarà la fiducia.

Per cui il capitale sociale finisce per essere il prodotto di due fattori: da un lato, il capitale regolamentare; dall’altro il capitale civile. Ciascuna delle due componenti - capitale civile e regolamentare - può rafforzare l’altra, in un rapporto dinamico. 

Il basso capitale sociale abbassa gli incentivi a intraprendere qualunque forma di investimento pubblico e privato, compreso quella nella formazione. La formazione di nuovo capitale umano diviene più difficile. L’intreccio tra deficit di capitale sociale e umano può allora spiegare le diverse forme di inefficienza pubblica e privata. Inoltre, il basso capitale sociale spiega nascita e sviluppo della criminalità organizzata.

Una moderna società di mercato la si riconosce anche dal suo rapporto con il crimine. Il nostro Paese, tra le economie avanzate, è forse tra quello che, tradizionalmente, più ha dovuto fare i conti con tali problematiche; in particolare, con la piaga della criminalità organizzata. Ebbene, è molto importante, che, definendo come allocare le risorse pubbliche, sia definitivamente abbandonato il tradizionale e mistificante slogan: "più sviluppo, meno criminalità", ma piuttosto si seguano le indicazioni, riassumibili con un motto affatto diverso: "più sicurezza, più sviluppo"

Si deve superare il vecchio paradigma che lega il ristagno economico alla crescita della criminalità organizzata. Anzi, segnali di crescita economica e finanziaria, non inseriti in quadro caratterizzato da: a) una struttura economico - finanziaria di base trasparente e competitiva; b) un sistema pubblico efficiente che garantisca la tutela dei diritti personali e delle relazioni contrattuali, potrebbe produrre rischi di alta vulnerabilità ambientale – data l’insufficiente dotazione di capitale sociale - all’inquinamento da criminalità organizzata.

Beni confiscatiMilano

La spinta all’accumulazione con ogni mezzo di risorse, rappresenta la finalità principale che spiega le scelte delle organizzazioni criminali. Ma la possibilità di profitto da sola non basta; deve essere accompagnata da una situazione ambientale favorevole, di vulnerabilità economica ed istituzionale. La vulnerabilità economica è collegata a situazioni di bassa competitività ed efficienza. La vulnerabilità istituzionale si può riscontrare quando in un contesto territoriale la competizione e lo sviluppo non sono garantite da una struttura di pubbliche autorità e istituzioni che assicurano la tutela dei diritti, la risoluzione dei conflitti ed in generale il rispetto delle norme. In tali situazioni, la criminalità ha buon gioco per far valere nell’area della produzione e degli scambi gli strumenti e le procedure extra - economiche che la caratterizzano. 

La vulnerabilità ambientale diviene condizione essenziale per l’insediamento ed il diffondersi di forme di criminalità organizzata. Cresce l’economia illegale; la presenza della criminalità organizzata in settori dell’economia reale e finanziaria si riflette in un inquinamento progressivo non solo dell’ambito economico, ma inevitabilmente del contesto sociale. Si innesta così un circolo perverso: la vulnerabilità facilita l’inquinamento da criminalità, che a sua volta deteriora ulteriormente il contesto ambientale.

In un contesto di alta vulnerabilità ambientale anche le scelte degli operatori legali diventano a rischio. Il singolo operatore economico segue verosimilmente un comportamento adattivo rispetto alle regole del gioco in atto; perciò, in un contesto vulnerabile, è più alto il rischio che le condotte patologiche, di atteggiamento passivo, o addirittura collusivo e cooperativo, con la criminalità si diffondano. 

Ma come può aumentare il capitale sociale? In ogni territorio ciascun imprenditore può essere un produttore ovvero un distruttore di capitale sociale: se i suoi comportamenti contribuiscono al cosiddetto rafforzamento delle regole - le rispetto e/o le faccio rispettare - e alla creazione di fiducia siamo di fronte ad un produttore di capitale sociale. Viceversa, se un imprenditore compie scelte che direttamente o indirettamente concorrono a violare le norme e a distruggere fiducia, saremo di fronte ad un distruttore di capitale sociale.  

Dunque, ciascun imprenditore può essere di volta in volta produttore o distruttore di capitale sociale. Con una precisazione importante: quando si vive in un territorio a bassa dotazione di capitale sociale, è più difficile essere un produttore. Un imprenditore produce capitale fiduciario per due ragioni, che non si escludono: o perché ci crede, o perché gli conviene.   

A parità di valori, nei territori a bassa dotazione di capitale sociale può non essere conveniente essere dei produttori, perché non ci sono sufficienti incentivi. L’analisi economica ha mostrato ad esempio che l’impegno sul lavoro ed il rispetto delle regole è più basso dove il capitale fiduciario è minore, a prescindere dall’origine geografica del lavoratore. 

Inoltre, nei territori a bassa dotazione di capitale sociale possono emergere forme di “privatizzazione” del capitale stesso, che originariamente è un bene comune. Emblematico è appunto il caso della criminalità organizzata: non si limita a violare le regole dello Stato, ma si propone come soggetto alternativo allo Stato nel produrre regole e fiducia, dietro però pagamento di un corrispettivo. 

Solo chi paga un prezzo – esplicito o implicito – può godere del capitale fiduciario privatizzato. È evidente che l’emergere e lo svilupparsi di capitale fiduciario criminale è un fattore potente di distruzione di capitale sociale.  

Qui è dunque la sfida per i singoli imprenditori e le loro organizzazioni: occorre crederci, perché solo così la produzione di capitale diventa un gioco a somma positiva, divenendo progressivamente sempre più credibile che la legalità conviene, per ciascuno e per tutti. È una sfida per mezzofondisti; ma Roma non fu fatta in un giorno.